la Resistenza porta la Vittoria

Sara/ Sakine Cansiz (12.02.1958/ 09.01.2013)
rivoluzionaria curda e guerrigliera del PKK

Sakine nasce nel 1958, in un villaggio nella regione del Dersim, nel Kurdistan settentrionale. La sua famiglia era sopravvissuta al genocidio avvenuto 20 anni prima, in cui le bombe uccideranno 70.000 persone e altre decine di migliaia saranno deportate dallo stato turco. Il nome Dersim sarà cancellato dalle mappe e sostituito dal nome turco Tunceli, terra del bronzo, in memoria delle ignobili gesta dell’invasore.
In questo contesto, Sakine già giovanissima aspirerà a diventare una rivoluzionaria. La sua precoce motivazione crescerà grazie all’influsso di grandi rivoluzionariə passati e nel 1974 entrerà a far parte del gruppo dellə Rivoluzionariə Curdə (in seguito Apoistə), composto da ragazzə turchə e curdə di estrazione operaia che sostengono Abdullah Öcalan.
Sakine aveva trovato chi come lei, ambiva a un approccio socialista non utopico, bensì diretto e concreto. Lə Rivoluzionariə Curdə rappresentavano un’alternativa alle due opzioni dominanti allora disponibili: la pseudo sinistra turca, che negava la questione curda, o il nazionalismo curdo conservatore.
Sakine, comincerà così a farsi chiamare Baki e rifiutato uno stile di vita tradizionale e sessista, dopo grossi conflitti in casa specialmente con la madre, si trasferirà ad Ankara per dedicarsi alla militanza e alla militanza.
Iscritta alla facoltà di scienze politiche, inizierà a lavorare in una fabbrica di cioccolato, impegnandosi come sindacalista.
In seguito al licenziamento ingiustificato di 11 colleghe, organizzerà e promuoverà uno sciopero di protesta, essendo di conseguenza arrestata. Nel corso delle sue agitazioni e azioni, finirà in carcere varie volte. Sarà proprio nelle prigioni turche che avrà modo di conoscere e scrivere del dimenticato popolo delle galere.
Sara, nome di battaglia definitivo, sosterrà che ogni detentuta fosse, senza esclusioni, una potenziale militante per la rivoluzione.
Verso la fine degli anni ‘70, sarà incaricata di formare il Movimento delle donne. Il progetto inizierà con la formazione di piccoli gruppi, spesso formati da studentesse. Ben presto cresceranno fino a ricprire tutto il territorio di verde speranza e oasi di libertà. Diventeranno così, forza integrante e indispensabile per la realizzazione della Rivoluzione del Rojava.
Il 27 novembre 1978, a soli 20 anni, sarà una delle due donne co-fondatrici del PKK.
L’anno dopo sarà arrestata con numerosə altrə compagnə.
Durante il colpo di stato che ci sarà poco dopo, sarà trasferita nel nuovo carcere di Diyarbakir.
Il carcere diverrà noto per due ragioni: vantare un elevata percentuale di rivoluzionariə detenutə e per le costanti violazioni dei diritti umani con l’uso sistematico della tortura.
L’edificio è freddissimo d’inverno e bollente d’estate e lə prigionierə sono perennemente umiliatə e picchiatə come in un girone infernale, con lo scopo di piegare la loro volontà e costringerlə alla delazione. L’arrivo di Sara a Diyarbakir, sarà accolto con gioia e avrà effetti evidenti da subito.

Sara era infatti nota per essere tanto stoica con il nemico, quanto amorevole e affidabile con lə suə compagnə.
Nonostante il braccio femminile fosse il bersaglio preferito dei torturatori, nessuna delle prigioniere la tradirà mai.
Tra lə prigionierə di Diyarbakir figuravano diversə fondatorə del PKK, fra cui Mazlum Doğan, che sarà il primo a dare inizio alla resistenza carceraria dandosi fuoco il giorno di Newroz del 1982. Questo il suo ultimo messaggio:

“La Resa è Tradimento, la Resistenza porta la Vittoria”.

L’esempio del suo sacrificio in un mese verrà seguito da altrə 4 compagnə.
In un paio di anni, l’eco della Resistenza all’interno della prigione, arriverà fuori dalle sue mura, riaccendendo il sostegno popolare e dando il via alla guerriglia.
Sara avrà un importante ruolo nella vicenda, diventando per l’opinione pubblica la testimone diretta delle torture che lei e le sue compagne sono costrette a subire.
Il direttore della prigione, Esat Oktay, diventerà famoso per il suo sadismo e la sua ossessione per la sterilizzazione delle prigioniere per mezzo di infezioni e danni ai loro organi sessuali.
Un giorno Sara in risposta alle torture, gli sputerà in faccia. Le proteste che ne seguiranno, faranno sì che Oktay venga ufficialmente processato.
Tuttavia il suo patibolo sarà la strada e la mano della giustizia resterà ignota.

Alla notizia della sua morte Sara e un suo compagno saranno scopertə a rallegrarsi dell’accaduto e per questo torturatə. Alle 4 di notte saranno poi svegliatə e trasferitə in carceri separate.
Nel 1991, dopo oltre dieci anni, a discapito di ogni previsione, Sara verrà scarcerata, tornando ad unirsi al PKK. Sarà proprio Öcalan a spronarla a scrivere la propria autobiografia: “Tutta la mia vita è stata una Lotta”.
Negli anni ‘90 rivestirà importanti compiti nell’organizzazione del movimento curdo in Palestina, Siria e Rojava. Convinta fermamente che per le donne curde fosse possibile ricreare sé stesse e la propria storia, incoraggerà le donne a unirsi alle strutture rivoluzionarie delle proprie città e farà si che l’attivismo delle donne curde si diffonda.
Collaborerà alla formazione dell’Esercito autonomo delle donne (odierno YJA Star) e del PJKK, (partito delle lavoratrici del Kurdistan) che cambierà nome e amplierà l’ottica della sua lotta diventando PJA, (Partito delle donne libere), con l’ appello a tuttə lə donnə del mondo a prendere parte a questa lotta.

“Non potevamo limitare la categoria donne al concetto classico di lavoratrici. Era importante invece mettere la contraddizione di genere al centro della lotta”.

In aggiunta al PJA, nascerà anche il PAJK.
Nella sua autobiografia, Sara scriverà che i momenti più belli e significativi della sua vita li ha trascorsi sulle montagne, da partigiana.
Nel 1998, sarà incaricata da Apo di prendersi cura della comunità curde migranti e di portare, organizzare e formare il movimento in diversi paesi d’ Europa.

La mattina del 10 gennaio 2013, una terribile notizia arriverà da Parigi: Sakine Cansız nome di battaglia Sara, Leyla Şaylemez nome di battaglia Ronahî del Movimento Giovanile Curdo e Movimento delle Donne Curde e Fidan Doğan nome di battaglia Rojbîn del Congresso Nazionale Curdo-KNK, sono state assassinate.
Solo pochi giorni prima, una delegazione politica aveva fatto ritorno da una visita ad Abdullah Öcalan detenuto a İmralı.
Immediatamente, la comunità curda e persone solidali alla loro causa accorreranno da tutta Europa e prenderanno d’assalto la scena del delitto. Tre giorni dopo, centinaia di migliaia di persone si ritroveranno nelle strade di Parigi, per denunciare che la natura dell’omicidio fosse politica. Infatti, sebbene si sapesse che i servizi di intelligence dello stato turco, con lo scopo di sabotare il processo di pace, fossero mandanti dell’omicidio, le autorità francesi non confermeranno la natura politica del crimine.

Poco prima del processo, l’esecutore materiale dell’assassinio morirà in carcere in circostanze sospette. Da allora ogni anno, il movimento curdo assieme ai movimenti delle donne, organizza una manifestazioni internazionali affinché il caso del massacro di Parigi venga risolto.

Lə martiri per la libertà, non muoiono, ma sta a noi onorarne la memoria.

“La vendetta rivoluzionaria
richiede una profonda
coscienza di classe.
L’odio, la vendetta,
la rabbia e l’amore
mancano di bersaglio
se non hanno le giuste basi.
Se la consapevolezza,
le emozioni e i desideri
non sono legati a un ideale,
non si può parlare di coraggio,
di virtù e di affidabilità.”

Sakine Cansiz

Di zovich

Sono una creatura selvatica, sono gramigna, sono strega ecotransfemminista, sono acqua che scorre e scava la pietra, non tollero i confini e le sovrastrutture che mi impediscono il movimento. Sono l'urlo muto delle galere, dei cervi braccati, delle donne* uccise. Sono mani spesse che seminano. "Torce nella notte" nasce come progetto benefit e di propaganda a sostegno della Rivoluzione del Rojava e dei suoi valori grazie la vendita di stampe, stands e collaborazioni probono.